Keynote Speech di Giovanna Melandri in apertura del convegno Impact Now

Roma – 4 marzo 2024 – The Dome, Università Luiss

[IN USCITA DA VIDEORACCONTO SUI 10 ANNI DI HUMAN FOUNDATION]

Vi chiedo un applauso per questa squadra magnifica, a cui sono gratissima e senza cui non saremmo qui stamattina: il team di Human Foundation.
Ringrazio il commissario Paolo Gentiloni.
Welcome back in Italy Ronald Cohen and welcome all the members of GSG or Nab delegates and all our foreign guests.
We are really honoured to have you with us today.

Avviamo i lavori di questa giornata per me molto speciale con questa riflessione di fondo: “IMPACT NOW. Un altro capitalismo è possibile”.

Celebriamo i dieci anni di Human Foundation insieme al GSG, la cabina di regia del movimento globale per l’economia ad impatto. Sono passati 10 anni da quando fu pubblicato The invisible heart of markets, il rapporto della task force del G8, presieduta da Ronald Cohen, che diede avvio al viaggio che ci ha portato qui oggi. Il GSG è un movimento insediato in 70 paesi del mondo – in questa sala abbiamo le delegazioni di ben 15 di questi paesi, oltre alla rete italiana dell’impatto, SIA, Social Impact Agenda per l’Italia. Un movimento che si adopera per moltiplicare, in questo scenario di crisi (e ahimè di guerra), investimenti ad impatto e collaborazioni tra pubblico e privato, orientate ad offrire risposte ai bisogni sociali ed ambientali.

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Lasciatemi fare una premessa. Mi è difficile cominciare questa giornata in cui parliamo di sostenibilità ignorando ciò che sta accadendo in Ucraina e in Palestina. Ignorando la violenza tirannica e la guerra criminale di Putin in Ucraina. Una guerra esistenziale per quel popolo stretto tra libertà e tirannia; o ignorando l’esigenza di un immediato cessate il fuoco umanitario a Gaza, per proteggere immediatamente la popolazione civile, negoziare la liberazione di tutti gli ostaggi brutalmente sequestrati e riavviare un processo politico affinché dal Giordano al Mediterraneo convivano in pace due stati che riconoscano reciprocamente il diritto di esistenza uno all’altro. Dovevo dirlo, perché né oggi né domani possiamo permetterci che le riflessioni di Human siano fuori dal mondo. E il mondo brucia.

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Veniamo alla nostra sfida, allora: un altro capitalismo possibile. Il GSG, SIA e Human coltivano insieme il progetto di rovesciare il Sacro Graal che da decenni ha orientato un capitalismo per il quale due sole dimensioni contavano: il rischio, da limitare al massimo, e il profitto da massimizzare, costi quel che costi. Un orizzonte oggi insostenibile e nichilistico che può, però, essere rovesciato in un capitalismo “3D”, che in ogni latitudine e in ogni mercato ottimizzi invece che due tre fattori: rischio rendimento e impatto. Impatto è la parola chiave. Perché è su di esso che si misura l’efficacia di un modello: sulle persone, sul pianeta. Questo ci interessa. Questa è la nostra lente. L’impatto introduce nel linguaggio dell’economia e della finanza la cura delle comunità, delle relazioni, dell’ambiente degli ecosistemi.

Lavoriamo per questo. Con la convinzione che per domare l’incendio della casa che brucia devono scendere in campo, tra i problem solvers, anche una nuova finanza e una nuova impresa. Non c’è alternativa possibile. Il capitalismo deve essere capace di autoriformarsi.

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Il 2024 sarà l’anno elettorale del pianeta. Metà della popolazione mondiale è chiamata alle urne in 76 paesi. Solo 43 di questi sono in condizioni di agibilità democratica. La democrazia sta tornando ad essere un’utopia. Un’utopia concreta da ridisegnare e difendere. E se in questa giornata parleremo soprattutto di economia, il destino delle democrazie è collegato a doppio filo all’affermarsi di un’altra utopia: un capitalismo generativo. Democrazia e mercato sono in conflitto per molti motivi. Uno su tutti: il reddito generato non è stato equamente distribuito. Ma vi è anche un’altra ragione: il mercato non registra quelle che il mio professore, Federico Caffè, definiva le esternalità positive e negative sul pianeta e le persone. Ecco il mantra a cui lavoriamo: investimenti ad impatto, a tre dimensioni, che intenzionalmente colleghino il rischio e soprattutto il rendimento alla risoluzione dei problemi ambientali e sociali del nostro tempo. Annodando strutturalmente l’impatto al profitto, se ne sovverte la tirannia. Perché ponendo l’impatto saldamente al suo fianco, il profitto si tiene sotto controllo.

Il movimento mondiale dell’impact investment si è riunito pochi mesi fa in Spagna, a Malaga. Oltre 1000 delegati del Global South e Global North. Eravamo lì anche noi. Un punto luce in un momento così tragico per la pace, la stabilità, la prosperità, gli assetti geopolitici e ovviamente per la sostenibilità del pianeta. Sentiamo di fare parte di una storia bella. Eppure, tranne rare eccezioni, ancora troppo fuori dai radar degli opinion makers, dei partiti e degli economisti italiani. Siamo qui anche per questo. Per accendere questa luce anche in Italia.

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Il nostro movimento è insieme pragmatico e idealista. Vuole invertire la rotta di un capitalismo estrattivo, che ancora troppo spesso sfrutta il pianeta e le persone e fare invece leva sulle sue migliori e libere energie creative e innovative. D’altronde, sarà difficile raggiungere gli obiettivi di decarbonizzazione, di pace sociale, di stabilità e anche di rafforzamento delle nostre democrazie se non sapremo riconoscere, incoraggiare e misurare a pieno il ruolo di quest’ altra finanza, di questi altri investimenti, di questi altri imprenditori. Sono loro che possono collaborare a colmare quel Gap di finanziamento degli Obiettivi di Sostenibilità, stimato dall’ONU pari a 6000 miliardi di dollari all’anno.

Non siamo un movimento politico, ma intensamente ideale, questo sì. Proprio sì. Osiamo accostare finanza ad economia sociale, uscendo dalla comfort zone di confini rigidi ed entrando in quella dell’innovazione ibrida tra primo secondo e terzo settore. Osiamo chiedere regole nuove per il mercato dei capitali quando è ancora di moda il laissez faire di un turbo capitalismo finanziario (che si è già schiantato nel 2008). Non ci convince un ambientalismo romantico, anche se empatizziamo con i ragazzi dei Friday for Future. Ma non possiamo lasciarli soli nella trasformazione dei modelli di produzione e distribuzione della ricchezza. Siamo lontani dalla logica deresponsabilizzante del “deve fare tutto lo Stato”, ma anche da chi parla di “scelta ideologica” per negare l’urgenza dei problemi. Non serve l’adesivo green come good label, né è possibile più accettare che i capitali continuino a viaggiare e circolare obbedendo ancora a regole globali formulate nel secondo dopo guerra: questo si è un grande tema di rinegoziazione globale.

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Stiamo lavorando con strumenti concreti. Uno su tutti: la valutazione e la monetizzazione degli impatti: ecco questa è la killer application del nuovo capitalismo. La pietra filosofale e insieme contabile per riorientare le preferenze del mercato. D’altra parte, la misurazione, la valutazione, la contabilità integrata, sono insieme alla formazione la ragione sociale di Human Foundation.

Ci interessa poco chi indica fuori di sé le colpe. Cerchiamo piuttosto i protagonisti orientati senza pigrizia al cambiamento, all’ inversione di rotta, alla generazione di valore. La rivoluzione della impact economy è una rivoluzione gentile, aggettivo non accessorio. L’energia del denaro e della finanza è messa al servizio della ricerca di soluzioni per la crisi sindemica (energetica, ambientale, sociale, umana, geopolitica, ma anche culturale e spirituale) che stiamo vivendo.

Allora una prima richiesta. Domani una delegazione di noi incontrerà la taskforce di Cdp costituita dalla presidenza italiana del G7. Il viaggio del GSG nacque nella sede istituzionale del G7. Oggi chiediamo a  Giorgia Meloni e al governo di fare la propria parte per sostenere questo percorso che passò anche per il G20 e il B20 guidato da Emma Marcegaglia, che saluto. Chiediamo al governo e a tutte le forze politiche una fiscalità agevolata per gli investimenti ad impatto e l’utilizzo della valutazione ad impatto per i progetti del PNRR. Chiediamo che le risorse del Piano Mattei per l’Africa siano impiegate attraverso investimenti e programmi a impatto in linea con gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite.

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In questa giornata – per cui ringrazio tutti (i relatori, i nostri sponsor che l’hanno resa possibile, i convegnisti, i media partner che ci aiutano a raccontarla) faremo un viaggio. Partiremo dall’Europa, che oggettivamente nell’ultimo quinquennio si è fatta carico pienamente della transizione social green. E qui chiedo al Commissario Gentiloni, che rappresenta l’Europa in questo nostro spazio di lavoro, alle soglie di nuove elezioni: saprà l’Europa tenere questa rotta, perfezionarla, respingere la retorica della conservazione? Fino ad oggi l’Europa ha guidato con l’esempio. Pensate l’unica area del mondo che ha regolato (con forse qualche eccesso di compliance) la finanza ESG. Vedo in sala molti protagonisti di questa finanza: sapete di cosa parlo.

Ma basterà l’armatura regolatoria europea? Non ne sono sicura. Saranno necessari investimenti pubblici e incentivi. Un piano IRA europeo. Oltre al bastone, un po’ di carota. Ne sta parlando insistentemente Mario Draghi, segnalando con forza – sono parole sue – “un immenso bisogno di investimenti”, ricordando che il fabbisogno europeo per la transizione verde e digitale è di 500 miliardi anno. Ecco io però direi: un immenso bisogno di investimenti ad impatto. Whatever it takes.

Ringrazio tanto Paolo Gentiloni per essere qui. Era con noi quando lanciammo Human, una piccola associazione nata attorno all’idea di sperimentare innovazione sociale sopratutto sulla S dell’equazione ESG. Eri lì e sei qui anche oggi per i nostri 10 anni.

Condivido e con te e tutti voi alcune domande. Come mantenere la rotta social green senza de- linkare competitività e sostenibilità e al contrario rafforzando il nostro vantaggio competitivo? È possibile immaginare questo modello in un’Europa senza unione bancaria e fiscale? Perché non mettere ancora in comune debito e finanza per la transizione sociale e la decarbonizzazione escludendo dal nuovo patto di stabilità investimenti ad impatto misurati e accertati? Le sfide climatiche e democratiche non sono meno minacciose di una pandemia. E lì siamo stati in grado di farlo.

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In questi 10 anni sono cambiate tante cose. Ricordo ancora lo sbigottimento quando parlavamo di impact investment e finanza ESG: non ci capivano. Per molti era ostrogoto. Ora – anche grazie all’ impalcatura giuridica europea, la tassonomia, la SFDR, la recente CSRD per le imprese – è quasi un linguaggio mainstream. E molti di voi sono i protagonisti di questo scenario.

Non siamo ingenui. Sappiamo che tanti Fondi sono usciti da Climate 100 e che sono proprio inutili le lettere di Larry Fink ai suoi investitori se poi i consiglieri nei CDA si astengono sulla sostenibilità.

Ecco, a proposito, un’altra proposta per l’Italia già adottata in altri paesi: introdurre l’obbligatorietà nei CdA nelle grandi Società per Azioni del comitato di sostenibilità, distinto da quello rischi.

Inutile parlare di finanza o impresa etica senza trasformare di fatto i meccanismi di valutazione e misurazione del valore. Inutile continuare a dividere il mondo tra profit e non profit quando in mezzo c’è tanta sperimentazione ibrida. Quando le non profit possono trasformarsi in imprese se trovano capitali pazienti, e le profit possono riallineare le loro strategie nell’interesse non solo degli azionisti, ma anche di tutta la comunità di stakeholders. È questo che cambia il capitalismo. È in questo spazio che si misura il ruolo di policy maker innovativi che sappiano fissare obiettivi ambiziosi per poi favorire modelli PPP e l’iniziativa di imprenditori sociali e ad impatto. Questo, concretamente. Questo serve molto più di mille dichiarazioni d’intenti e altre 28 COP.

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Abbiamo bisogno di riflessione e pensieri lunghi. Per questo partecipano alla nostra giornata e li ringrazio moltissimo anche Paolo Giordano, Vittorio Lingiardi, Stefano Mancuso, Paolo Benanti. Ognuno di loro introdurrà un elemento ispirazionale al nostro lavoro. E poi però ci sarà bisogno di microeconomia e perfino di nuova contabilità. Infatti, è urgente nel valutare gli investimenti superare la distinzione tra rendicontazione finanziaria e rendicontazione non finanziaria e approdare finalmente ad un unico documento la rendicontazione d’impatto. Ecco perché Impact Now. Voglio essere esplicita su questo: anche la rendicontazione non finanziaria è talvolta insufficiente. E i bilanci di sostenibilità sono troppo spesso pamphlet di marketing, che raramente catturano trasformazioni vere e spesso mancano di chiarezza e soprattutto di confrontabilità. In una parola, non aiutano a prendere decisioni. Altra cosa è misurare, come fa Human, il ritorno sociale di un investimento o utilizzare modelli sofisticati di gestione come impact management project. Gestione ad impatto, appunto. Qual è l’obiettivo intenzionale di un investimento o di una produzione? Cosa produrre? Per cosa? Per chi? E, soprattutto, per ottenere quale cambiamento?

Misurare l’impatto in termini monetari è fondamentale: se misuri gestisci e se gestisci puoi cambiare. Ecco lo ripeto: la monetizzazione dell’impatto. La killer application del nuovo capitalismo, la freccia che porta dalla finanza estrattiva e speculativa ad una finanza generativa, dal guadagno per sé al guadagno per le comunità, in un’ottica di trasformazione e redistribuzione sociale. Ci arriveremo? Se guardo la strada fatta nei 10 anni passati dico SÌ. E’ possibile. Possiamo arrivarci.

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A questo stanno lavorando insieme al GSG altre istituzioni e think tank internazionali IFVI (International Foundation for Valuating Impacts), la Impact Management Platform (avete sentito i ricercatori del nostro video: questo è il modello che utilizziamo spesso con Human), la Value balancing alliance. Tutte collaborano con IFRS (International Foundation for Reporting Standards) Saluto Lucrezia Reichlin, attivissima trustee europea. Arrivare alla misurazione monetaria dell’impatto significa incidere anche sul valore azionario, muovendo dalla performance social green. Insomma, entrare nel cuore del capitalismo. Sarà interessante oggi su questo sentire Claudia Parzani, la presidente della Borsa Italiana.

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Io sono un’economista (prestata alla politica per un po’ di anni), ma da sempre interessata all’economia della cultura e della sostenibilità. Ecco perché mi sono appassionata a questa rivoluzione impact: non delega al solo attore pubblico la responsabilità del cambiamento e tira dentro questa sfida i privati: fondi, industrie, imprese, terzo settore. Responsabilizza il capitalismo ad autoriformarsi, a investire per contrastare ingiustizia sociale ed ecocidio e responsabilizza i regolatori ad aiutarlo in questa direzione. Ecco un’altra proposta su cui lavoreremo: non ha senso tassare nello stesso modo i capital gain di un fondo impact e quelli di un hedge fund: dobbiamo riconoscere questa nuova asset class di investimento.

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La buona notizia è che tutto ciò già esiste. È all’opera un’energia che questa rete globale vuole moltiplicare. In 10 anni la finanza ESG è passata da 13 trilioni di dollari ad oltre 41. La finanza ad impatto invece, che è quella a cui tendere, è passata da meno di 100 mld a oltre 2,5 trilioni di dollari (ci eravamo dati l’obiettivo di 1mld nel 2020, l’abbiamo ampiamente raggiunto). Sono mercati a cui oramai guardano con attenzione i grandi investitori istituzionali. Molti di vedo in sala, come il presidente di AdEPP, che saluto per tutti. Capiamoci bene: finanza ESG e ad impatto non sono la stessa cosa. Negli investimenti ad impatto c’è intenzionalità, misurabilità, addizionalità e la distribuzione del rendimento è collegata almeno in parte ai risultati ottenuti. Per loro natura, questi investimenti obbligano a distribuire valore al pianeta e alle persone. Sono mossi da questa intenzione e consapevolezza. L’impatto misurabile non è un effetto collaterale. È un obiettivo intenzionale che ne definisce il successo. La finanza ESG invece si ferma alla logica del “do no harm” e della gestione dei fattori di sostenibilità che ne influenzano la performance finanziaria senza valutare però gli impatti su ambiente e società. È meglio di niente, ma non basta. E ricordiamoci, come accennavano prima, che solo l’Europa l’ha regolamentata per evitare le fake ESG. Noi lavoriamo per “convertire” gli investimenti ESG (per chi è del settore e qui ne vedo molti: gli articoli 8 e 9 della SFDR) in investimenti ad impatto: l’evoluzione del capitalismo. Ecco, dunque, un’altra proposta: riconoscere ufficialmente un label per la “finanza a impatto”, che la distingua e valorizzi rispetto alla finanza ESG.

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Anche in Italia i dati cominciano ad essere importanti. Ringrazio Mario Calderini e il Politecnico di Milano che, con SIA e Impact Europe, hanno “pesato” in oltre 9 miliardi la finanza orientata a progetti ad impatto. Un po’ di queste storie le sentiremo nel pomeriggio.

Non è un investimento ad impatto se lascia invariate le emissioni la CO2 o se non innalza i livelli di remunerazione del lavoro. Non è un investimento ad impatto se sfrutta irregolari (che poi muoiono sulle impalcature dei cantieri). Sono molti invece gli esempi in Europa e nel mondo di Fondi Impact finalizzati a ridurre il numero di ragazzi che non studiano e non lavorano (NEET), che rispondono a nuovi bisogni di social housing, che sostengono le più avanzate tecnologie biomedicali offrendole a tariffe accessibili, che aumentano il lavoro femminile e incoraggiano la diversità. Investimenti che allargano il perimetro del welfare, dell’assistenza domiciliare, della cura degli anziani e dei minori o che hanno obiettivi intenzionali di inserimento attivo nel mondo del lavoro di migranti e rifugiati. Posso dire che è uno scandalo che il
nostro paese non destini un euro alle politiche attive per il loro reinserimento? E, naturalmente, gli investimenti che accelerano la transizione e il risparmio energetico, la decarbonizzazione. Qui vorrei dire invece che mi pare una buona cosa l’approvazione da parte del governo, qualche giorno fa, di “Transizione 5.0”, crediti di imposta per sostenere il risparmio energetico delle imprese.

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Poi c’è la rigenerazione urbana delle città.
Le città sono una palestra strategica per sperimentare alleanze pubblico/private in un’ottica impact- oriented e di generatività sociale contro ogni logica speculativa. Human ha adottato, modificandolo, il modello Human centered design che mette le persone al centro di questi processi. I luoghi dell’abitare come ambiti di sperimentazione preziosi per integrare alla E la S, per identificare politiche innovative di rigenerazione nei tempi dell’inverno demografico basate per esempio sui bisogni dei più piccoli, dei più anziani, con la nuova sfida della longevità e di un nuovo welfare a misura di squilibrio demografico. Le città producono l’80% del Pil globale, emettono il 75% delle emissioni e ospitano il 30% dei “perdenti della globalizzazione”. Ospitano cultura e creatività, ma tanta infelicità e rabbia. Sono spazi di convivenza sociale e conflitto. Nel paniere della impact economy ci sono molti strumenti per immaginare città inclusive, funzionali e sostenibili: oltre alla riqualificazione dello spazio fisico deve fiorire un’infrastruttura sociale che lo abiti e lo sostenga. In tutto il mondo nelle città si stanno ingegnerizzando accordi finanziari, contract- a-impact-social, come li chiamano in Francia, per far fronte alle emergenze abitative, educative, culturali, climatiche delle città. Ascolteremo Stefano Mancuso e le sue ipotesi di demineralizzazione delle nostre città, che a febbraio hanno il clima di maggio. Sono certa che gli strumenti della finanza ad impatto siano preziosi per realizzare isole climatiche nelle nostre città. Siamo al lavoro con Human su questo e sulle Comunità energetiche solidali. Ascolteremo i sindaci: di Roma, Napoli, Milano, Novara. Li ringrazio di cuore per aver accettato il nostro invito al confronto e alla collaborazione.

Immagino i prossimi 10 anni di Human spesi per sperimentare modelli innovativi di coprogettazione, di impact financing, e di strumenti come i Pay By Result (PBR), su cui ci siamo già confrontati negli ultimi anni a Lucca, Padova, Perugia, Torino e Treviso, purtroppo incontrando non poche difficoltà.

I contratti (PBR) rafforzano la triangolazione virtuosa tra città, terzo settore e privato. Ne sono nati circa 200 negli ultimi anni nel mondo per ridurre le recidive nelle carceri, prevenire il drop out scolastico, per aumentare i servizi per l’infanzia, per prevenire il diabete in popolazioni a rischio. La logica pay by result introduce nella PA un elemento prezioso di efficienza (la spesa viene erogata solo a risultati raggiunti) e spinge il secondo settore ad investire nelle abilità trasformative innovative e inclusive del terzo, assumendosi parte del rischio. In Italia questi modelli non decollano ancora. Le amministrazioni fanno fatica ad accantonare risorse con cui rimborsare l’investimento e, spesso, non hanno le abilità e le competenze necessarie per gestire la complessità di questa triangolazione. Noi non ci arrendiamo. Su questo, due proposte al Governo e a tutte le forze politiche: 1) sviluppare competenze e capacità della PA per integrare la misurazione e gestione degli impatti nelle strategie e nei processi decisionali in linea con le migliori pratiche internazionali; 2) istituire un fondo di garanzia per gli investitori, per sostenere investimenti privati verso progetti ad impatto che prevedano poi il rimborso del capitale in base ai risultati ottenuti. Un fondo che, di fatto, sarebbe finalizzato ad un efficientamento della spesa. Alla tanto evocata “riduzione degli sprechi”.

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Concludo. Siamo in uno scenario globale che cambia giorno dopo giorno. Secondo alcuni, sarà la rivoluzione digitale e anche l’Intelligenza Artificiale ad accelerare la rivoluzione impact. Ronald Cohen dice spesso che saranno proprio i data provider a farci fare il salto. In questi giorni è in dirittura di arrivo il AI act, il primo sistema di regolamentazione mondiale degli usi dell’Intelligenza Artificiale e del Machine Learning. Sappiamo dove può arrivare l’Intelligenza Artificiale, oggi. Ma non sappiamo come si svilupperà nei prossimi cinque anni. Tuttavia, non vi è dubbio che, se la gestione coordinata dei dati può migliorare moltissimo la pianificazione degli interventi pubblici (evidence based policies) essa può anche essere un formidabile moltiplicatore di finanza ed investimenti ad impatto.

Chiudo qui, ci aspetta un’intensa giornata di lavoro. Fatemi ringraziare ancora una volta il meraviglioso team di Human. Abbiamo lavorato giorno e notte per arrivare con le nostre fragili forze a questo traguardo. Vogliamo rafforzare le due utopie concrete di questi tempi: l’utopia della democrazia e quella di un capitalismo autoriformato, gentile, generativo, creativo, innovativo, con il cuore invisibile ma pulsante che rifiuta la tirannia ecocida ed estrattiva di valore. Per ridurre infelicità, violenza, paura, ingiustizia.

Con Human siamo dei DOERS. Dei praticanti del cambiamento.
Diceva San Francesco: cominciate col fare ciò che è necessario, poi ciò che è possibile, e all’improvviso vi sorprenderete a fare l’impossibile.

Ecco: facciamolo.
Insieme.